Crescendo aveva guadagnato un fortissimo senso di responsabilità, ma non forte come quello di Sungkyu, pensò. Sungkyu era una mente di una fantasia straordinaria, ma a differenza di Dongwoo era riuscito a piegarsi alla routine.Dongwoo non era mai, mai riuscito a costringersi allo scandire cinque giornate uguali e rilassarsi un po' solo nel week end, ad essere grigio come tanti altri, per quanto lo volesse, per quanto sapesse che era necessario prima o poi.
Dongwoo era un bambino che macchiava il muro lanciandovi secchiate di tanti colori diversi, ed ogni giorno erano sfumature e combinazioni diverse, ma sempre vivaci.
Curioso, nemico di quel rigore che caraterizzava la maggior parte dell'essere "adulto".
Stabiliva un ritmo a singhiozzi nella sua vita, sempre diverso e particolare, come una sincope.
Gli capitava ogni tanto di spegnersi, all'improvviso e con un bisogno immediato di riposo, k.o. come succede ai bambini più piccoli.
Dongwoo era un po' nomade.
Non riusciva a mettere le radici, era più polline che si lasciava trasportare dal vento.
Aveva forti legami affettivi con certi luoghi ma non riusciva a stare troppo tempo nello stesso posto, nello stesso bar tutto i venerdì, con lo stesso drink, la stessa persona.
Si era analizzato e reso conto della situazione poco alla volta, un po' afflitto e arreso, capendo di aver bisogno di un freno e di un sé che si piegava alla necessità premente di stabilità, ma non era riuscito, ancora una volta, a fermarsi.
Lui aveva osservato tutto dall'esterno.
Si era lasciato portare in giro da Dongwoo per mano fin dall'inizio (prima gli indici agganciati e poi tutte le dita intrecciate), ogni venerdì e ogni sabato, ogni tanto anche in mezzo alla settimana, in tanti bar diversi, con tanti drink diversi.
Cambiavano strada per tornare a casa sotto suggerimento di Dongwoo, rideva assieme a lui quando prevedibilmente si perdevano; arrivavano a casa di uno dei due alle cinque di mattina, disastrati, ancora un po' sbronzi, stanchi, e collassavano sul primo cuscino che trovavano.
Dongwoo lo voleva sempre al suo fianco quando viaggiava. Andavano via solo loro due, qualche volta anche improvvisando la meta.
Quando si fermavano sulle panchine Dongwoo guardava gli alberi di una strada che non conoscevano (persi di nuovo) per un quarto d'ora, Woohyun guardava lui.
Dongwoo aveva i capelli spesso in disordine, i pensieri in disordine, gli zaini e le valigie in disordine, le felpe e le camicie messe storte, ma non aveva quasi mai lo sguardo confuso o incerto.
E Woohyun lo guardava finché quello non si girava e gli sorrideva (anche con lo sguardo).
Dongwoo parlava tantissimo, divagava molto facilmente, cambiava binari nelle conversazioni senza accorgersene, rideva a tutto.
Spesso le persone ci sorridevano su, gli dicevano qualcosa sulle linee di "Dongwoo, lo stai facendo di nuovo" "Oh" e quello tornava sul percorso principale, forse per poco, forse fino alla fine.
Woohyun invece se ne accorgeva, se la rideva e glielo faceva notare (prendendolo un po' in giro) solo quando non avevano tempo, se no lo seguiva sul binario sbagliato. Cercava di seguire quel filo di pensieri così complicato che Dongwoo districava a poco a poco come meglio poteva, e Woohyun si perdeva con lui.
Dongwoo aveva trovato un freno quando aveva smesso di forzarsi.
Se ne era reso conto una delle tante sere in cui aveva cercato con Woohyun un locale diverso, un drink diverso, delle canzoni diverse.
Ma con Woohyun erano sempre gli stessi baci, lo stesso torace teso contro il suo, la stessa risata ubriaca. Sempre Woohyun.
E Woohyun vedeva lo stesso sguardo addolcito, bambino, innamorato in un modo così poco adulto e così deliberatamente sincero e senza vergogna, solo con un po' di paura; si sentiva scoppiare nel sostenerlo, era romantico in modo quasi schifoso, gli tiravano le guance dal sorriso tutto denti e niente più occhi che gli veniva, infantile come quello di Dongwoo.
Dongwoo che ora dormiva sul divano, con gli arti in disordine, i capelli in disordine, i cuscini in disordine.
Russava sul divano dello stesso appartamento da quasi sei mesi, distrutto da una delle sue mattine ormai tutte "uguali" dal lunedì al venerdì, impegnato ad insegnare a ballare a bambini come lui, solo un po' più indietro con gli anni e l'esperienza; svegliato poco dopo dall'odore di bruciato che veniva dalla pentole che Woohyun aveva lasciato sul fuoco per sbirciare un pezzo di masterchef in salotto, ma che aveva abbandonato perdendosi di nuovo nel piccolo caos di Dongwoo.
Dongwoo che aveva trovato stabilità in Woohyun.
Nella sua cucina che migliorava piano piano, nei suoi piatti ripetuti periodicamente, nei giovedì sera in cui, attorcigliati l'uno all'altro, guardavano il famigerato masterchef finché non si addormentavano fra i commenti di Woohyun e le risatine di Dongwoo. Nei lunedì passati al bar di fianco alla scuola a bere un cappuccino che scottava quasi sempre, nei venerdì al pub sotto casa con un gruppo stabilito di persone ad affogare nei Margarita (aveva scoperto che era il suo preferito). Oppure nei venerdì e sabato troppo freddi passati a ballare colonne sonore di film d'animazione fuori ritmo nei modi più cretini che riuscivano ad inventarsi.
Ogni tanto cambiava qualcosa, ma non per stretta, impellente necessità.
Erano diventate abitudini.
(Dopotutto anche una sincope può diventate un ritmo regolare, pur essendo particolare, ma ha bisogno del battere per stare bene in levare.)
Viaggiavano ancora, si perdevano ancora, ma qualcosa aveva preso quella piega ripetitiva che Dongwoo tanto temeva e ora amava più che mai.
Lo stesso appartamento, lo stesso cibo, le stesse serate stabilite come tradizione, gli stessi profumi, Woohyun.